L’impatto della crisi economico-finanziaria dell’ultimo decennio non solo ci consegna una rinnovata attenzione alle dinamiche del lavoro in cooperativa, ma ci invita anche a compiere l’ultimo tratto di miglio che ancora manca per l’atteso ‘Statuto dei lavori’ indicato dalla Commissione Zamagni del 1998, di cui Marco Biagi era l’anima e la mente progettuale.
È giunto dunque il tempo, se davvero vogliamo riconoscere l’originalità e la forza vitale del movimento cooperativo, di rifuggire da una idea del lavoro in cooperativa come semplice ‘ripiego’ alle criticità che attraversano il modo ‘ordinario’ di lavorare.
Se il diritto del lavoro non funziona più in termini di protezione ed efficienza a partire dalla questione dei salari, non è certo colpa di una realtà del mondo del lavoro in continuo movimento, quanto piuttosto di un quadro di regole che deve essere profondamente rinnovato se ancora vuole rispondere alle proprie originarie finalità di protezione della persona che lavora e di tutela della concorrenza tra le imprese.
Il nodo, ancora una volta, è quello assai caro a Marco Biagi della qualificazione giuridica del lavoro cooperativo.
Ciò anche a causa di pregiudizi e ambiguità concettuali alimentate da persistenti criticità operative come quella dei fenomeni interpositori realizzati per il tramite di cooperative spurie che sono la negazione della vera mutualità.
Da qui l’idea, sempre moderna anche se avanzata nel lontano 1998, di riscrivere lo ‘Statuto dei lavori’ e cioè l’invito ad affrontare il problema del lavoro dal lato delle tutele e non più (solo) delle astratte qualificazioni giuridiche.



